Reader’s – 3 marzo 2023. 

Rassegna web di nandocan magazine

“Salutiamo con favore la novità che si è verificata in casa PD e speriamo incida davvero a fondo sulla riorganizzazione strutturale dei Dem”. Così ieri il leader dei 5stelle Giuseppe Conte all’incontro di vertice del movimento. “Dopo aver trascorso gli ultimi mesi a dire che con i vertici del Nazareno responsabili della rottura del campo largo non c’erano margini di manovra – commenta il Manifesto – e dopo aver auspicato esplicitamente un cambio di passo tra gli ex alleati”, l’ex presidente del Consiglio ha augurato alla nuova segretaria del PD “di poter portare avanti il suo progetto di rinnovamento con forza”. E pur manifestando ancora qualche riserva ( “So che avrà molto da fare, perché conosciamo bene le correnti del PD”), ha auspicato “di poter avere col nuovo vertice un dialogo, ne siamo convinti, di poterci misurare sugli obiettivi concreti. Sapete benissimo quali sono”. E’ quel “dialogo sui temi con tutte le forze di opposizione al governo della destra” a cui si era già dichiarata disponibile Elly Schlein nei giorni precedenti alle primarie. D’altronde è anche il “minimo sindacale” perché si abbia finalmente un’opposizione minimamente efficace alle politiche del governo Meloni. Che purtroppo non si limiterà ad esortare, come scrive Marnetto nella nota che segue. Come ci assicura Calderoli, con l’”autonomia differenziata” si appresta già ad assestare il primo colpo micidiale alla Costituzione della repubblica. (nandocan)


Covid, Fnsi e Ordine: «L’indagine di Bergamo dimostra le criticità delle norme sulla presunzione di innocenza»

In un comunicato congiunto viene sottolineata la necessità di correzioni alla riforma Cartabia «al fine di garantire il corretto equilibrio fra il dovere di informare e le garanzie per tutti i cittadini quando vengono indagati».

Marta Cartabia, ministra della Giustizia del governo Draghi (Foto: ImagoEconomica/Fnsi)LIBERTÀ DI INFORMAZIONE 02 Mar 2023

da FNSI

«A fronte di una indagine sul Covid che coinvolge autorevoli esponenti della politica italiana, la Procura di Bergamo ha emesso uno scarno comunicato in cui non vi è alcuna informazione sostanziale per descrivere fatti di grande interesse pubblico». Lo affermano in una nota congiunta il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli, la segretaria generale Fnsi Alessandra Costante e il presidente Fnsi Vittorio di Trapani.

«Sarebbe stato molto meglio – prosegue la nota – indire una conferenza stampa alla luce del sole dove i giornalisti avrebbero potuto porre domande e ricevere risposte, nel rispetto delle persone e del lavoro degli inquirenti così come nel rispetto del diritto dei cittadini ad essere informati».

Il comunicato si chiude con una considerazione: «La vicenda di Bergamo dimostra le criticità delle norme sulla presunzione di innocenza, che vanno corrette al fine di garantire il corretto equilibrio fra il dovere di informare e le garanzie per tutti i cittadini quando vengono indagati»


La guerra in Ucraina e gli ‘altri’, oltre il blocco Occidentale arruolato

Ugo Tramballi su Remocontro

«Ho visto troppa ipocrisia, soprattutto nel continente africano», aveva detto irritato Emanuel Macron. Pochi giorni prima, il 2 marzo dell’anno scorso, all’assemblea generale delle Nazioni Unite 35 paesi si erano astenuti dal voto di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina. Di questi 17 erano africani, altri otto erano volutamente assenti e uno, l’Eritrea, aveva votato contro.
Ugo Tramballi sulle sue SlowNews a ragionare, con Orteca di due giorni fa, «Nello scontro tra Occidente e Russia il sud del mondo che si astiene»(https://www.remocontro.it/2023/02/28/il-sud-del-mondo-schiacciato-nello-scontro-tra-occidente-e-russia-che-si-astiene/)

L’ipocrisia di chi, monsieur Macron?

L’astenuto più autorevole era stato il Sudafrica. Ancora più importanti fuori dall’Africa (c’erano stati astenuti in tutti i continenti eccetto l’Oceania), India e Indonesia avevano dichiarato la loro neutralità rispetto alla guerra. L’esperienza coloniale aveva avuto il suo peso: quell’epoca non è così lontana. Nel 1884, quando fu convocata la Conferenza di Berlino, l’80% dell’Africa era libero; 30 anni più tardi sette paesi europei ne possedevano il 90%.

Risarcimenti coloniali

L’indiano Sashi Tharor, ex sottosegretario Onu, qualche tempo fa aveva proposto agli inglesi un simbolico risarcimento di una sterlina l’anno per 200 anni. Nel XVII secolo il 23% dell’economia mondiale era indiano: quanto l’intera Europa. Nel 1947, quando gli inglesi se ne andarono, l’economia indiana era il 3%. Russia/Unione Sovietica non furono meno colonialisti ma la loro conquista era concentrata dal Caucaso alla Siberia, sui popoli del loro impero.

Il Sud Globale e le ‘questione europee’

Tuttavia la ragione più importante del presunto tradimento del Sud Globale è un’altra. Per i paesi non direttamente coinvolti nel conflitto, ‘l’Ucraina riguarda il futuro dell’Europa, non il futuro dell’ordine mondiale. La guerra è diventata una distrazione dalle questioni globali più pressanti del nostro tempo’, spiega Shivshankar Menon, ex consigliere per la sicurezza nazionale del governo indiano.

Meno investimenti, alimentari, assistenza economica

La pandemia e la guerra in Ucraina significano meno investimenti, meno disponibilità di derrate alimentari, meno programmi di assistenza economica. E’ stato calcolato che il costo dell’aiuto ai rifugiati ucraini è di circa 30 miliardi di dollari. Per sostenerlo molti paesi donatori, in gran parte occidentali, hanno tagliato i programmi per i profughi del resto del mondo. I bilanci dell’aiuto umanitario occidentale sono invariati ma i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto molto di meno.

50 Paesi nella crisi del debito

In Africa e Asia sono 50 i paesi che stanno affrontando una crisi del debito. Partnership for Global Infrastructure è il nome di una grande iniziativa lanciata recentemente dal G7: 600 miliardi promessi – ma non materializzati – per investire nelle infrastrutture necessarie alla crescita dei paesi più poveri. Dovrebbe essere la risposta occidentale ai mille miliardi della cinese “Via della Seta”. Gli obiettivi geopolitici di quest’ultima sono evidenti; i cinesi hanno costruito infrastrutture ma indebitato molti paesi in via di sviluppo.

Tuttavia in molti continenti stanno vincendo la guerra del soft power, conquistando le simpatie che Usa ed Europa stanno perdendo.

Mondo diverso da come vorremmo

Se dunque lo osserviamo oltre i confini dell’Europa e del l’America del Nord, il mondo non è come vorremmo, di fronte alla minaccia di Vladimir Putin. Ma se pensiamo a come Donald Trump reagirebbe alla guerra se fosse presidente, all’attuale freddezza dei repubblicani; se in Europa esistono diverse sensibilità sul conflitto, perché dovremmo pretendere che Asia, Africa e America Latina garantiscano un monolitico sostegno alla guerra?

Tutti traditi, tutti traditori

Molti sostenitori dell’Ucraina si sentono traditi; i filo-russi, compatti, dicono che l’anti-occidentalismo di Putin è popolare. Sbagliano entrambi. Nessun paese astenuto sostiene la Russia. L’India compra a prezzo stracciato i barili di petrolio che Mosca non vende all’Europa ma il premier Narendra Modi ha rimproverato più di una volta Putin. Neanche l’amicizia “senza limiti” di Xi Jinping basta perché la Cina dia armi ai russi.

Né con gli Stati Uniti, né con la Russia

Il Sud Globale rifiuta di identificarsi con gli Stati Uniti né con la Russia. Neanche con la Cina. Le tre grandi potenze che hanno sostituito l’età della Guerra Fredda e il breve mondo unipolare americano, hanno perso prestigio e potere agli occhi del mondo emergente: la credibilità americana messa in discussione ogni quattro anni quando si elegge un presidente; la brutalità dell’invasione russa all’Ucraina; le ambizioni imperiali cinesi.

Paesi ‘disallineati’

Sta forse per rinascere il movimento dei non allineati? In realtà non è mai nato: quello che pretendeva di esserlo non era compatto né equidistante. Ancora secondo Shivshankar Menon, ciò che sta accadendo è diverso: “la rivalità fra grandi potenze ha spinto molti paesi del Sud Globale ad essere disallineati piuttosto che non allineati: dissociati dall’ordine presente e in cerca delle loro soluzioni indipendenti”.


Non credo all’esistenza di Dio, tanto meno del Dio a immagine e somiglianza dell’uomo – e tuttavia onnipotente, onniscente, creatore del cielo e della terra – che ci insegnavano al catechismo. Ma non credo all’esistenza di Dio neppure nella versione riveduta e corretta che ne propone il teologo Vito Mancuso nei suoi libri. Anch’io come tanti, invece, credo nel profondo mistero dell’esistenza, mia e dell’intero universo. La mistica, dunque, mi convince più della scienza, anche se ovviamente, ponendosi su piani molto diversi, non si contraddicono fra loro. Credo alla mistica e all’umiltà del silenzio che l’accompagna, insomma tutto il contrario della pretesa teologica di ragionare sul mistero. E in questo senso, forse, comprendo anche che si possa, come insegna Mancuso, “essere preghiera”. (nandocan)

Essere preghiera

di Vito Mancuso


«Si pensa comunemente che il verbo fondamentale legato alla preghiera sia “dire”. Ma non è così. Il verbo fondamentale, per la preghiera come per ogni altra attività umana, è essere. Non si tratta di dire le preghiere, si tratta di essere preghiera, di essere, con la vita concreta, una lode al Creatore.

Io non penso che la divisione all’interno del fenomeno umano della preghiera passi tra preghiera cristiana e preghiera non cristiana. Io non penso che esista una dimensione propria, specifica, unica della preghiera cristiana. Il Padre nostro, per esempio, può essere benissimo recitato da un ebreo, è un testo che un ebreo sottoscrive completamente, e penso che lo stesso possa fare un induista.

La vera divisione, che attraversa tutte le forme di preghiera a qualunque religione appartengano, è quella tra preghiera come uscita da sé e preghiera come rientro in sé, tra preghiera come rinnegamento di sé e preghiera come ritrovamento di sé».


  • La differenza
    È infatti enorme la differenza tra la guerra e la pace. E la tragedia è proprio questa, che la guerra si concede una pausa per riprendere ancora più incondizionata di prima. E ciò perché questa non è neanche degna di essere chiamata guerra, perché le guerre si fanno per ottenere qualcosa, che è la posta in gioco della guerra. Invece questa è una guerra che ha per fine la negazione reciproca dell’esistenza dell’altro. E attraverso un rovesciamento di ciò, nella costruzione di una umana convivenza tra i membri del popolo palestinese e i cittadini ebrei dello Stato di Israele, che può istituirsi, non una tregua, ma la pace
  • Scendere
    Mi tocca difendere il Ministro Lollobrigida, perché la sua richiesta di fermata del treno in ritardo, per proseguire in auto, era motivata da un interesse pubblico istituzionale, prevalente su quello privato degli altri passeggeri. Ovvero la sua presenza come Ministro – cioè a nome dello Stato – a Caivano, per inaugurare un parco ad alto valore simbolico, come riscatto di un territorio abbandonato al degrado e alla criminalità. (Marnetto)
  • La Giordania ‘americana’ dice basta e potrebbe rompere con Israele
    La feroce rappresaglia di Israele nella striscia di Gaza, accompagnata da un’ aggressiva reazione dei coloni nella Giordania occupata, rischia ora di compromettere, a vantaggio di Hamas, anche il fragile compromesso con i paesi arabi moderati, avviato col “patto di Abramo” e la compiaciuta assistenza degli Stati uniti. La Giordania ‘americana’ dice basta e potrebbe rompere con Israele.I Paesi arabi moderati, gli alleati di sempre, il lato debole della geopolitica americana prigioniera di Netanyahu in Medio Oriente. Prima tra tutti la Giordania. Re Abdullah II di fronte alla devastante reazione israeliana ai massacri di Hamas, sta per rivedere la trentennale ‘pacificazione’ con Tel Aviv, ma anche le relazioni privilegiate con Washington
  • Professione reporter dopo il 7 ottobre. I dubbi di Eric Salerno (e non soltanto)
    Come è stata l’informazione dal 7 ottobre a oggi, ossia da quando i palestinesi –‘militanti di Hamas’, ‘terroristi’, ‘nazisti’, ‘criminali di guerra’, ‘partigiani’, ‘combattenti per la libertà’ o altri termini scelti da chi giudicava e raccontava – hanno dato l’assalto a Israele? Cosa sono oggi i giornalisti o fotografi ‘embedded’? Cosa rappresentano i palestinesi arabi che lavorano per i grandi media; giovani o meno che raccontano da Gaza? E la stampa israeliana? Quella italiana?
  • Pazzo
    Guardo l’Argentina e penso all’Italia. Nella nazione del Sud America la povertà si è talmente diffusa da risucchiare nell’angoscia metà della popolazione. I poveri prima smettono di votare (astensione), dopo scelgono il ”pazzo” più distruttivo del sistema che li ha affamati.  E questo processo è più rapido se c’è l’elezione diretta del presidente (o del premier). (Marnetto)
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